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Benessere psicologico

Ansia, frustrazione, rabbia: come affrontarle nell’immediato

Dott.ssa Silvia Gatti
Pedagogista

Tutti hanno vissuto un evento stressante, un piccolo grande trauma, che ha causato momenti di ansia, frustrazione e scoramento. Chiaramente, la premessa doverosa è che quando queste emozioni prendono fortemente il sopravvento e diventano totalizzanti e limitanti per il nostro agire è il caso di consultare un professionista che possa guidarci verso nuove strade possibili.
Cionostante nell’immediato, in integrazione e quando si tratta di livelli contenibili, c’è qualcosa che possiamo fare per riemergere, per metterci in-azione e per superare il picco emozionale che ci sta bloccando. Una sorta di pronto soccorso di emergenza al quale poi affiancare ciò che più ci occorre per superare il nostro vissuto a seconda della sua intensità.

Ambivalenza e spreco di energia

Quando tutto ci travolge perché stiamo attraversando un evento difficile come un divorzio, la perdita del lavoro, conflitti con il partner o con i colleghi, abbiamo l’impressione di soffocare in qualcosa che sembra essere più grande di noi. Ci sentiamo privi di speranza come se il dolore si fosse impadronito di noi. Se più di questi eventi stressanti si sovrappongono e perdurano nel tempo, ci appare ancora più arduo districarci da essi. E non ci sono figli o affetti che tengano: spesso, anche se abbiamo altro di cui gioire, viviamo momenti in cui non siamo in grado di aggrapparci alla consapevolezza ed alla gratitudine. E addirittura, facciamo più fatica a relazionarci con chi ci sta intorno e ci vuole bene.
Ogni volta che questo accade la sensazione che proviamo vacilla tra due opposti: il voler riprendere a vivere e l’arrenderci completamente. Si tratta di un’ambivalenza che ci ruba molta energia e ci relega ancor più in una condizione di scoramento e passività. Entrambi i nostri modi di sentire sono legittimi ma spesso chi ci sta intorno non lo comprende. Una tale mancanza di comprensione inasprisce e appesantisce maggiormente il nostro sentire.
Sicuramente è capitato un po’ a tutti di non aver ricevuto la comprensione di cui avevamo bisogno in quel momento di sofferenza buia, sia che essa fosse maggiormente connotata da uno stato depressivo, dall’ansia, dalla rabbia, dalla frustrazione oppure dallo sconforto.

La non accoglienza del dolore: peggiora la frustrazione

In effetti, può succedere, quando ci raccontiamo, che la nostra sofferenza venga sottovalutata. “Ma no dai, non pensarci, fai altro, vedrai che passa”. D’altro canto potremmo ricevere esortazioni forti su come dovremmo reagire in quella data condizione.“Reagisci! Non fermarti! Devi fare di più”. Entrambi questi feedback sono pericolosi e poco costruttivi per chi si è aperto nel raccontare i propri vissuti.
Da un lato il sentirsi sminuito porta a chiudersi maggiormente. Di contro il sentirsi dare delle direttive fa perdere completamente la volontà, aumenta la rabbia e ci si sente come se non si facesse a sufficienza in un momento in cui, nonostante tutto, se si cerca di aprirsi è per trovare una via.

Riflettiamo: ad un bambino che ha ansia da prestazione rispetto ad un’interrogazione o una verifica è totalmente inutile dire che si tratta di un problema facile da risolvere snocciolando soluzioni blande o asserendo che ci sono cose più serie per cui preoccuparsi, perché per quel bambino il problema esiste eccome e lo fa stare molto male. Scuoterlo e spronarlo dicendogli in modo assertivo e direttivo di fare di più così potrà rispondere a tutte le domande non serve: il bambino si sta già impegnando e lo sta facendo sopportando al contempo quella forte ansia, quindi sta facendo il doppio rispetto a un bambino che si prepara senza l’ansia da prestazione, giusto?
E poi? Che cos’è questo “altro in più” che bisogna fare e che molti ci suggeriscono quando stiamo male?

Un altro esempio: quando siamo abbattuti e svuotati dopo una separazione, un divorzio, e ci viene detto di non pensarci, di fare altro, che tanto capita a tutti e ci sono problemi più seri a cui pensare, come ci sentiamo? Sicuramente le persone che ce lo dicono lo fanno in buona fede. Ma il pensiero è un po’ questo, diciamocelo: parli bene tu che hai una famiglia felice, io come diavolo faccio a non pensarci? Già mi trascino al lavoro con il dolore nel cuore. Cosa devo fare di più?


Quando il dolore (in senso lato) si impossessa di noi non è mai una banalità, qualsiasi sia la causa che lo provoca, e sicuramente stiamo già facendo tutto quello che è nelle nostre capacità, nel qui e ora, per farvi fronte.
Per questo motivo più di così è impossibile chiedere. Allora cosa si fa?


Importante: prima di pretendere che una macchina parta dobbiamo necessariamente riempire il serbatoio di benzina, conseguire la patente e, solo poi, inserire la chiave procedendo con i vari comandi sapendo farlo.
Oppure di solito restiamo lì fuori dal veicolo a intimare alla macchina di muoversi? Ecco. Allora ci serve la benzina, comprensione e accoglimento; la patente, nuove strategie e metodi per capire come muoversi e trasformare il dolore; allora poi, è possibile mettersi in azione avendo acquisito i bisogni più urgenti e necessari.

Facciamo il punto

E’ chiaro che quando stiamo male non sappiamo come far passare le emozioni che si impadroniscono di noi. E sperimentiamo un’ambivalenza:


1. Vogliamo mollare tutto. Desideriamo fermarci. Non fare più nulla.
2. Desideriamo un pulsante che stoppi tutto nell’immediato e che ci faccia tornare a vivere.

Non ci sono consigli fai-da-te che tengano. In quel momento stiamo male e basta: dobbiamo guardare ciò che sta accadendo.

Prendere con-tatto con il dolore: osservare senza giudicare o ragionare su di esso.

Ok! La buona notizia è che per farlo, per una volta, vi si chiede di FARE DI MENO e non di più! Evviva!

Ebbene sì. Finalmente non dobbiamo fare doppia fatica, obbligarci a reagire, convincere il nostro cervello a pensare positivo mentre tutto ci sembra impossibile da gestire. Niente farsi forza, darci una mossa, combattere o lottare. Perché tanto è impossibile! Chi ce l’ha l’energia per farlo? No?!

Da dove iniziare

La parola d’ordine è prendersi un po’ di tempo e osservarsi facendo a meno dei giudizi.
Ci possiamo sdraiare oppure restare seduti. La cosa importante è essere sicuri di trovarci in un luogo comodo e di non venire interrotti. Dobbiamo poter essere con noi stessi e iniziare a osservare e sentire il nostro corpo.
Possiamo farlo cominciando a sentire il ritmo della nostra respirazione, proseguendo accorgendoci di ogni parte di noi: le spalle, lo stomaco, le gambe, i fianchi, i piedi.
E così, se adesso, ascolti e osservi con attenzione, ti accorgi dove si trova il tuo dolore. Vero?

1. Parte del nostro corpo è immerso nell’ansia, nella rabbia e nella frustrazione. Osserviamo. Senza dare spiegazioni. Abbassiamo il volume alla nostra voce interna stando nel presente con le nostre emozioni.
2.Ci sposteremo di organo in organo, di zona in zona e ci sorprenderemo a trovare una parte del nostro corpo che vuole vivere. Esatto: una parte del nostro corpo sta bene. Forse la mente non ne è ancora consapevole ma il corpo sì. Si tratta della nostra parte creativa.

Se ascoltiamo e osserviamo con attenzione, possiamo cogliere un pezzettino di noi, dove, come direbbe chi si occupa di riequilibrare l’energia del nostro corpo, c’è quiete“. Altrove è una tempesta senza eguali ma lì, solo lì, è quiete e silenzio. Anche quando il corpo è malato.

Adesso che il tuo respiro si è placato e hai creato una connessione con te stesso puoi procedere per rispondere a quel bisogno primario che il dolore e la sofferenza ti chiede: essere visto e accolto.

Dissociarsi dal dolore: l’immagine olografica

Dare un’immagine olografica al dolore è il modo migliore e più estemporaneo ed un buon inizio per dissolvere la carica emotiva e fare spazio ad energie creatrici.

Prendi l’episodio che ti sta causando sofferenza e osservalo.
Dove senti questa sofferenza? Allo stomaco, al petto, la fronte?
Quando hai identificato la parte del corpo nella quale è racchiusa la sofferenza rispondi ad una serie di domande.
Con calma. Può apparirti strano all’inizio ma se stai con la sensazione le risposte verranno automatiche.
Visualizzerai tutto restando con la sensazione che senti.

Le domande che ti devi fare

– Se questa brutta sensazione avesse una forma, quale forma sarebbe?Datti tempo. Ti apparirà chiaramente se ti lasci andare.
-Si muove? E ferma?
-Se avesse un colore quale sarebbe?
-Di quale materiale è fatta? Come se fosse..? Plastica, legno? E’ liscia, ruvida?
L’immagine è lì davanti a te e mentre la osservi ti accorgi che la sensazione ha diminuito la sua intensità.


Giocare con l’immagine olografica

Puoi cambiarle colore, forma, consistenza. E mentre lo fai osserva cosa cambia dentro di te. Fallo con curiosità e libertà. Puoi sempre tornare al punto di partenza quando vuoi.
Ascolta il tuo respiro e quando l’intensità della tua sofferenza si sarà abbassata noterai che anche l’immagine che vedi è più piacevole. Puoi immaginare di dissolvere l’immagine ringraziandola per la sua utilità. E’ importante dissolvere l’immagine con gratitudine perché ha avuto un beneficio importante per te e ti ha permesso in questo momento di stare meglio.
Adesso torna a quel punto di quiete che avevi già individuato.
Una parte del tuo corpo è tranquilla, concentra la tua attenzione su quella parte del corpo e stai con essa, sempre ascoltando il tuo respiro.
Puoi tenere gli occhi chiusi e prenderti tutto il tempo che desideri.
Li riaprirai solo quando sarai pronto.
Imparare a stare nel momento presente è un ottimo strumento per dare visibilità alle emozioni e permettere loro di evolvere.

A cosa ti è servito

Solitamente vogliamo scacciare la sofferenza nel più breve tempo possibile e lo facciamo negandola. In questo modo però essa non farà che trovare altre vie per farsi ascoltare e se continuiamo a far finta di nulla troverà il modo di intaccare il fisico con l’intento di farsi sentire e vedere da noi.
Ecco perché dobbiamo prenderci questi momenti per osservare. Mentre osserviamo diamo accoglimento a una parte sofferente di noi. E l’intensità del dolore diminuirà.
Ci accorgiamo con questo esercizio che osservando senza giudicare, quello che sentiamo trova il suo spazio e si scioglie. Paradossalmente questo ci permette di sprigionare energia.
Un’emozione vista è un’emozione che non lotta più per emergere e quindi nuova energia viene messa a nostra disposizione per scegliere di metterci in-azione con nuova benzina.
L’altra cosa che impariamo è che parte del nostro corpo è sì sofferente ma contemporaneamente possiamo essere calmi e agitati. Non esiste una totalità.
Dissociarci dal dolore ci aiuta a fare spazio tra noi ed esso e ci permette di prendere contatto con la nostra vera identità: noi non siamo il nostro dolore, la nostra ansia, la nostra rabbia.
Noi siamo persone che in quel dato momento provano sofferenza ma che sono contemporaneamente capaci di individuare la quiete per produrre nuovo carburante e strategie per trasformare i propri eventi stressanti in nuovi apprendimenti e se ci accorgeremo di avere necessità di percorsi esterni adesso avremo maggiore forza per rivolgerci a chi potrà insegnarci… a guidare.