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Benessere psicologico

Solitudine. L’ascolto che salva

Dott.ssa Silvia Gatti
Pedagogista

Oggi mi è capitato tra le mani un vecchio libro e mi sono soffermata su una frase di Carl Rogers appuntata sulle pagine finali. Lo faccio spesso: sottolineo, faccio screen shot, ma, soprattutto, scrivo a mano, ovunque mi capiti, una frase che mi ha colpita. E spesso, queste frasi, tornano a trovarmi. La cosa ha un non so che di magico. Oramai andiamo tutti di fretta, video, webinar, tutto si guarda, si sente, ma, la parola scritta, per me, avrà sempre il fascino di qualcosa di poetico, e la sicurezza di qualcosa che resta.

La frase di cui parlo è di uno psicologo statunitense, uno dei primi psicologi studiati che aveva sortito in me un grande interesse. Fondatore della terapia non direttiva, famoso per i suoi studi sul counseling e la psicoterapia.

Quando una persona capisce di essere sentita profondamente, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Io credo che, in un senso molto reale, pianga di gioia.
E’ come se stesse dicendo: Grazie a Dio, qualcuno mi ascolta.
Qualcuno sa cosa vuol dire essere me.

Ho pensato, leggendola, che in questa manciata di parole si racchiude il mio essere educatrice e pedagogista.
Ritengo che prima di qualsiasi altro passaggio, intervento, guida, l’ascolto profondo, vero, senza giudizi, del mondo dell’altro, sia l’unica imprescindibile realtà che permetta un processo di cambiamento nel nostro interlocutore. E in noi stessi.
Qualsiasi sia la condizione di cui stiamo parlando: depressione, tristezza, ansia generalizzata, malattia cronica connotata da dolore fisico (come artrite reumatoide, fibromialgia, vulvodinia), difficoltà relazionali con il partner, con i figli, al lavoro, o altro che si manifesti come un disturbo che perdura, qualsivoglia sia la causa del nostro malessere, se troviamo qualcuno che sia in grado di entrare dentro al nostro sentire, genuinamente e comprendendo le nostre dinamiche, allora la capacità di sviluppare strategie per venirne fuori, o semplicemente prendere con-tatto con la nostra realtà, potendo reagire in una modalità più proficua per noi stessi, aumenta in modo esponenziale.
L’essere umano è tale è perché è in-relazione con l’altro. E quando, tra la moltitudine di tanti-altri, che incontriamo sul nostro cammino, riusciamo a trovare qualcuno che possiede la capacità di ascoltare alla maniera di Carl Rogers – con empatia – soltanto per comprendere il nostro mondo interiore e accoglierlo, così com’è, beh, siamo molto fortunati.
Non è così semplice, vero? Sicuramente, più di qualcuno avrà pensato: Eh! Magari! Io non ho nessuno che mi comprenda davvero. Spesso vivo la solitudine della mia condizione.
Di solito è prerogativa di educatori, pedagogisti, psicoterapeuti, essere in grado di accogliere in questo modo. Sta nella professione.
Eppure, se ci pensiamo bene, qualcuno, nella nostra vita, è riuscito qualche volta a stupirci.
Scorriamo un po’ le immagini dei nostri ricordi molto velocemente e sono certa che troveremo quel momento in cui, anche solo per poco, qualcuno ci è stato accanto, dicendoci quella frase, proprio quella frase, che ci ha sciolto come fossimo un ghiacciolo sotto il sole di Agosto. E’ stato meraviglioso: ci siamo sentiti meno tesi, avvolti da un calore rassicurante, nuovamente speranzosi e con una rinnovata volontà di agire. Vero?
Io credo che – quanto meno in parte – chiunque abbia provato almeno una volta, queste sensazioni, quelle descritte nella frase che ho citato e che Rogers traduce con quelle parole così adatte.
Cosa c’è di più terapeutico?
Pensiamo a tutte quelle situazioni croniche che non hanno la fortuna di avere una cura risolutiva. Non ci sono cure per tutto. Cure mediche intendo. Ma esiste un prendersi cura. Nella lingua inglese due vocaboli esprimono bene la differenza di cui sto parlando: to cure e to care.

Curare, cure, nel senso medico e care, prendersi cura anche e soprattutto affettivamente, del soggetto. Da qui caregiver che è la persona che si occupa della persona malata e/o disabile occupandosi di lei a trecentosessanta gradi.
La cura intesa come care è la base insindacabile per aiutare una persona che non sta bene, che non sta bene in senso lato.
La cura di cui sto parlando è accoglienza, è guardare alla persona nella sua totalità e non solo in base ai suoi sintomi, è porre l’attenzione sull’altro, non su cosa vorremmo rispondere noi, fare noi, o su quello che pensiamo faremmo noi al suo posto se ci fossimo.
Tutto quello che ci serve apprendere su chi sta male ce lo sta dicendo la persona che abbiamo davanti, con le parole se può comunicare in questo modo, con lo sguardo, con le espressioni del volto, con i silenzi, con i gesti.

Se sei un familiare, un amico, un conoscente non è semplice attivare questo tipo di ascolto.


La buona notizia, come sempre, è che tutto si può imparare e per chiunque abbia voglia di apprendere come poter stare accanto a un proprio caro che necessita di cura e comprensione, esistono percorsi che offrono spunti pratici che possono essere spendibili nel quotidiano e che sono di aiuto a se stessi e alla persona per cui vorremmo essere di supporto.
Anche a questo serve un pedagogista.
Allora, per iniziare, posso suggerire qualche spunto riflessivo.


Ascoltare per comprendere, non per rispondere a tutti i costi

Queste sono le fondamenta da tener presente: chi non sta bene e affronta qualcosa di davvero complesso e ciononostante si racconta, non ha necessariamente bisogno di soluzioni. Non è quello che vi sta chiedendo.
Quindi facciamo un bel sospiro di sollievo: non dobbiamo fare da consulenti informatori, medici, venditori, preti, sindacalisti, operatori CAAF. Non ci viene chiesto niente di tutto questo.
Solitamente quando qualcuno parla del proprio malessere, e mi riferisco soprattutto a quelle situazioni che non sono passeggere, ma che sono di una certa entità, per complessità e durata, non lo fa perché si aspetta dall’interlocutore la risoluzione del problema. Queste persone conoscono molto bene la propria condizione e non si rivolgono a chi sta loro vicino a modi sportello informativo.
Lo fanno per portare fuori da se stessi parte di quel dolore che si accumula, così da vederlo sotto una luce diversa.

Con la giusta distanza chiunque può trovare soluzioni nuove che altrimenti non poteva vedere.

Per chi vive in una condizione cronica come una malattia, o che, anche se risolvibile, perdura da molto tempo, come una depressione, come l’ansia generalizzata, o condizioni simili, non è di primaria importanza ricevere il vademecum dei suggerimenti pratici che – oltretutto – quasi certamente ha già affrontato, testato e valutato in prima persona.
Così come non ha bisogno di risposte che diventano una serie di domande dirette – quasi fosse un interrogatorio – per capire come si debba procedere.
La maggior parte delle volte la persona ha bisogno di provare proprio quella sensazione del “Grazie a Dio qualcuno mi ascolta. Allora c’è qualcuno che sa cosa vuol dire essere me“. Nient’altro.

Si tratta, allora, di smettere di utilizzare solo il proprio punto di vista per offrire aiuto ed entrare nell’ottica di mettersi al posto di chi ha il disagio. Attenzione: non al posto di come se fossimo noi ad esserci. Non ci siamo. Per ascoltare e comprendere davvero, è necessario mettersi al posto della persona, con i suoi bisogni, i suoi desideri. Non i nostri.
Attenzione: non si tratta di essere accondiscendenti e dire sempre di sì.
Si tratta dell’opposto, anzi. Significa aprire alla fiducia per poi, eventualmente proporre alternative. Ma poi, solo poi. Se non si instaura rispetto, comprensione e ascolto, se la persona non si sente compresa, tutto il resto è impossibile e deleterio.

Comprendere cosa serve all’altro e accoglierlo in un ascolto empatico, darà una mano per ritrovare quel punto di partenza dal quale ri-cominciare a reagire in autonomia, dopo milioni di tentativi che lo hanno svuotato, è la cosa veramente importante.

L’istinto, in nome dell’aiuto che vogliamo offrire, può essere quello di trovare la soluzione a tutti i costi e di propinarla ancor prima che la persona abbia terminato di proferir la frase. No. Questo ottiene l’effetto opposto.

Punto primo: la persona così non sarà stata accolta e quindi, sentendosi incompresa, si chiuderà a qualsiasi proposta, indispettendosi e difendendosi per protezione, o al contrario attivando il ritiro.
Se l’obiettivo è dare un sollievo a chi abbiamo vicino questa non è la via.
Siamo d’accordo che chi ha un qualsiasi disagio debba mettersi in azione per cercare di affrontarlo. Il punto è che non non dobbiamo né sostituirci, né continuare a fare l’elenco dei nostri suggerimenti. Soprattutto quando ci viene esplicitamente detto che non è quella la via.
Perché insistere? Quando qualcosa non funziona dobbiamo cambiare strategia.
Cerchiamo sempre di valutare chi abbiamo davanti. Conosciamo il nostro familiare, amico: se è una persona che lotta, a maggior ragione, quando si sfoga, non ha bisogno di ricevere la lista dei prossimi passi da fare. Ha bisogno piuttosto di dire quello che ha dentro, anche i pensieri più bui, per alleggerire il suo interno, prenderne coscienza e farne qualcosa di nuovo.

Forse, il suo bisogno, è più quello di essere distratto da quei pensieri che inizialmente verbalizza, di sentirsi una persona al di là del suo disagio e di smettere per un momento di pensare ai prossimi step da affrontare.


Cosa quella persona ci dice sempre? Sono certa che se si tratta del vostro partner, amico, sorella, mamma, papà, sappiate benissimo quali sono le cose che gradisce e quali le cose che lo atterriscono.
Quali sono i suoi desideri? Cosa gli manca maggiormente?
Cosa il suo disagio, la sua malattia, gli portano via? Cosa ha bisogno di sognare per ricaricarsi?
Cosa significa per lui/lei essere ansiosa, depressa o avere un qualsiasi altro tipo di disagio fisico o emotivo?

Cosa vuol dire vivere i limiti di ciò che esperisce? Di cosa ha davvero bisogno?

E ancora: Questa cosa che sto facendo, la sto facendo davvero per lei/lui o perché io sono abituato a fare così? Se lo faccio come la prenderà?
Se a risposta è male oppure si incupirà maggiormente, starà in silenzio o ancora si arrabbierà, abbiamo già l’indicazione da seguire: evitare di farlo. Dobbiamo scegliere altro. Non ha senso aggiungere altri problemi.

Perché, ricordiamolo, l’obiettivo che abbiamo è dare sollievo, per quel che è possibile, e togliere da quella solitudine che attanaglia chi esperisce condizioni di una certa gravità.
Non è semplice. Tutti noi vorremmo strappare via il dolore delle persone alle quali vogliamo bene. Ma se desideriamo essere davvero di aiuto, dobbiamo iniziare ad accettare le cose che devono essere accettate e domandarci quali sono quelle che possono alleggerire lei/lui, per lei/lui. Non per me.

Smettere di portare i propri esempi di vita come prova che ce la si può fare

Ogni situazione è a sé. Se non siamo professionisti non utilizziamo esempi che invece di fungere da metafora terapeutica risulteranno come un supponente tentativo di farci vedere come quelli che sanno come fare in ogni campo. Non lo sappiamo come fare perché non siamo nella situazione dell’altro. Siamo stati nella nostra. Punto.

Ascoltare e accogliere vuol dire porre attenzione su chi ci sta parlando. Invece, spesso, mentre gli altri parlano e si raccontano, nella nostra testa si muovono pensieri, connessioni, confronti, idee su come procedere, che ci portano ad ascoltare la nostra voce interiore e che ci fanno rispondere in base a quella, senza accorgerci che a un certo punto abbiamo smesso di ascoltare la voce di chi si sta aprendo a noi.

Così facendo abbiamo perduto il filo del discorso, le espressioni del volto, le informazioni su cui basarci per accogliere davvero l’altro. Siamo mancati nella presenza, nello stare accanto. Che è la vera e più profonda necessità di chi sta male.
Qual è il risultato? E’ che l’altro percepisce la distanza e l’incomprensione.
A cosa serve snocciolare, in quel frangente, le strategie che abbiamo usato noi quando ci è successo qualcosa di brutto, se questo qualcosa è lontano anni luce dalla situazione di cui si sta parlando?
Non è la stessa condizione, proviamo a decentrarci per un momento. Non siamo insegnanti che devono far capire la lezione al proprio studente. Il nostro ruolo, se scegliamo di voler essere di aiuto, è un altro. E’ stare accanto.

Evitare le frasi di circostanza

E’ davvero difficile approcciarci con chi vive un grande dolore. E, a seconda di quanto sia il nostro grado di vicinanza, abbiamo bisogno di apprendere più o meno strategie per stare accanto.
In generale però possiamo dire che ci sono alcune frasi che sarebbe utile evitare. E’ vero che sono diventati un po’ parte del nostro gergo, quasi un intercalare. Ma se il nostro obiettivo è fare del bene a una persona cara, allora anche i dettagli contano. Anzi, contano a volte più i dettagli di qualsiasi altra cosa, per far sentire compresa la persona cara.
Sono certa che non sarà un così grande sforzo evitare frasi come “Tutto bene? Come va? Ti è passato un po’? Dai, andrà meglio domani. Devi essere più positivo. Certo che se pensi di non farcela non ce la farai. Secondo me ti devi solo riposare”. Queste sono le più frequenti ma riflettiamo: una persona che vive da anni attacchi di panico, ansia, una malattia invalidante, una depressione, come può sentirsi quando, con un gran bel sorrisone arriviamo noi, sani, felici, con una vita piena a dirgli “Tutto bene? Ma dai, devi essere positivo?”.
Sono delicatezze, queste. Eppure possono fare la differenza. Diciamocelo: se continui a dirmi queste cose, come posso pensare che tu mi abbia prestato ascolto. No?
Evitare alcune espressioni non significa mettere nella bambagia la persona. Perché so che i più concreti penseranno che non è bene trattare chi sta male come se dovesse sempre stare sotto una campana di vetro. Io sono d’accordissimo, infatti.
Ciò nonostante, sgravare dal possibile, a noi, cosa costa?

Decentrarsi: accogliere, rispettare, stare con quel che ci porta la persona senza volerlo cambiare a tutti i costi

Decentrarsi vuol dire smettere di parlare tra noi e noi e iniziare a posare il nostro sguardo sul nostro interlocutore.
Al di là dell’obiettivo di aiutare l’altro, è utile ad ognuno di noi, diventare più consapevole e non sempre centrato su se stesso: diventiamo persone più flessibili.
Non stiamo facendo un favore. Stiamo evolvendo.
Proviamo a ricordarci che non siamo invincibili. Anche noi potremmo aver bisogno di ascolto empatico, accogliente e non giudicante.

Restare chiusi e fissi sulle nostre idee e modalità di aiuto e relazione ci rende inflessibili e incapaci di reggere al cambiamento quando ce n’è bisogno.
Quindi, non vediamola come un atto caritatevole. Non lo è.
Se scegliamo di essere di aiuto lo dobbiamo fare con senso.
La regola generale, se di regola si può parlare, è che quando scegliamo di essere in ascolto, l’obiettivo è far sentire meno sola la persona nel difficile compito di reggere un bagaglio non voluto e troppo pesante.
Se con i nostri atteggiamenti peggioriamo le cose non sta bene più nessuno, nemmeno noi. Allora bisogna cambiare strategia.
Decentrarsi è la parola d’ordine, dunque.

Non risposte ma ascolto presente. Toglie dall’imbarazzo di dover trovare per forza qualcosa da dire.
Ecco la sorpresa: a volte la cosa da dire è proprio che non c’è niente da dire.
E’ preferibile comunicare la nostra ammirazione nei confronti di una persona che, pur immersa in una condizione dura, cerca di farcela.
Più di qualche volta, poi, è utile esprimere qualcosa che poco viene contemplata come risposta perché siamo, generalmente, fermi sul voler dire la nostra: “Io al tuo posto, farei davvero molta fatica. E’ tanto quello che fai, anche se arrivi a dire di non farcela più, fino ad ora non ti sei fermato mai. Non ti stai arrendendo. Stai solo prendendo tempo. E’ umano e hai tutto il diritto di mollare la presa“.

Anche la resa, la pausa, il non voler far più nulla deve essere accettato.

Perché chi lotta da molto tempo non può sempre essere spronato a fare, e non va nemmeno spinto ad accettare per forza che qualcuno faccia al suo posto. Se è il momento del buio è il momento del buio.
Il corpo e la mente alle volte devono spegnersi per potersi ricaricare. E’ completamente inutile continuare ad insistere.
Dobbiamo ricordare che l’accettazione e il rispetto della condizione altrui, dei suoi bisogni, richieste, desideri, è il primo atto terapeutico, sia che venga fatto da un professionista, sia che arrivi da una persona cara. Non può arrivare niente se viene impedito questo passaggio.
Accogliere, comprendere, rispettare, stare accanto.
Non mi sembra poco. A voi?