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Genitori e Figli

Come farsi rispettare dai figli adolescenti

Dott.ssa Silvia Gatti
Pedagogista

Immaginate il volto di vostra/o figlio mentre voi ascoltate quando parla di sé. Vi sta raccontando cosa vorrebbe fare, quello in cui crede e quello che gli accade durante le sue giornate. Utopia? No. Allenamento. Quando dico parlare di sé, non intendo quando risponde alle nostre inquisizioni sui voti, la camera in disordine, non quando gli diciamo che è un fannullone, pigro, che se va avanti così non farà mai niente nella vita, non quando pontifichiamo che sta solo perdendo tempo con gli amici invece di stare sui libri. Perché diciamocelo: lo facciamo questo, vero? No: immaginate il volto di nostra/o figlio che vi vede interessarci a lei/lui. Sì, e adesso guardate anche il vostro di volto in ascolto. Com’è il volto di un genitore felice mentre ascolta orgoglioso il figlio? Voglio proprio quel volto. Bello vero?
Come si fa? Intanto si fa che glielo chiediamo cosa gli piace fare. No, non con la solita domanda “cosa hai fatto oggi?” . Guardalo bene il tuo volto del “cosa hai fatto oggi a scuola?”. Non assomiglia a quello di prima, è così? E’ il volto corrugato a metà tra il terrorizzato e lo scocciato di chi sa già che come risposta riceverà un “niente” o un “bene” borbottato con le cuffie già precedentemente ben posizionate nelle orecchie per non sentire “la solita solfa”. E’ il volto di chiede ma pensa alla propria di giornata.
Io ti sto chiedendo di immaginarti in modo diverso: mentre ti incanti di fronte a tua/o figlio mentre ti racconta qualcosa di sé che tu non conoscevi. Te lo sta dicendo perché se guardi bene per essere così incantato tu ti sarai posto in ascolto con il volto rilassato e pronto a stupirti e non a correggere sottolineando le mancanze. Se vuoi ottenere risposte diverse cambia la domanda. Soprattutto cambia il modo di porla. Occorre una buona dose autocontrollo, lo ammetto, ma più di ogni altra cosa bisogna abbassare quella vocina dentro di noi che ci dice: vediamo di che luna è oggi. Perché non ci stiamo accorgendo ma mentre ce lo diciamo abbiamo dato un input al nostro cervello potentissimo: gli abbiamo detto che nostro/a figlio novanta su cento sarà sul piede di guerra. E cosa fa il nostro sistema pronto a reagire agli attacchi? Scappa o attacca a sua volta.
E se invece ci ponessimo in ascolto davvero? Come si fa a porci in ascolto? Intanto immaginando prima di riuscire a fare una bella chiacchierata, perché, pensiamoci bene, ci sono dei momenti in cui nostro/a figlio ci sorride e si racconta. Quali sono quei momenti? Sono quelli in cui non siamo di fretta, li guardiamo negli occhi, e siamo lì con tutte le parti di noi. Sono quei momenti in cui non ascoltiamo quelle mille voci che ci ricordano che “al lavoro è andata male, che ci sono le bollette da pagare, la cena da preparare, la lavatrice da far partire e poi non abbiamo consegnato quel lavoro, e ci sarebbe anche la spesa ma oggi non ho fatto in tempo”. Sono i momenti in cui siamo lì con-loro ed è così che si attiva la nostra sana curiosità e poniamo domande interessanti. Domande alle quali vale la pena rispondere perché sono domande per cui apriamo occhi e orecchie per ascoltare le risposte, non domande che poniamo per preparare il terreno ai caxxiatoni (termine propriamente pedagogico!!!!).
Noi ancora non lo vediamo, e come potremmo se stanno sempre chiusi in camera, ma loro, i nostri ragazzi, si stanno costruendo. Sì, si stanno costruendo anche se prendono 4 a scuola. Permettiamoci di imparare a farli uscire, di tanto in tanto, da quelle camere proponendo qualcosa di allettante.

Qualche dritta non guasta

Vogliamo sapere chi sta diventando nostro figlio e aiutarlo a non perdersi in questo cammino oppure vogliamo solo e sempre domandargli come è andata a scuola o comunicargli che abbiamo guardato il registro online, che che potevano anche lavarli i piatti nel lavandino da ieri e iniziare con il solito ” io alla tua età andavo già a lavorare, aiutavo e rispettavo i miei genitori, tu stai solo al telefono, così non va bene, se vai avanti così… bla bla bla”.

E se noi fossimo stati dotati di telefono già a 5 anni cosa avremmo fatto noi? Ce lo chiediamo mai tra un’occhiata sbadata e automatica su Facebook, uno scorrere i reel e le stories di Instagram e una chat Whatsapp? Ah, ecco! Da che pulpito, si diceva ai miei tempi.


Qualcos’altro di importante è che non sempre è così necessario partire da una domanda.

Quando è stata l’ultima volta che ci siamo raccontati noi ai nostri figli? E sì, chi lo dice che sono loro che debbano dirci? Se non gli insegniamo ad aprirsi non lo faranno certo ora. Allora raccontiamo qualcosa alla loro portata, chiediamogli la loro opinione sui fatti. Pensiamoci: la chiediamo mai la loro opinione su quello che accade, su quello che sentono, sui temi importanti, su come si fa quando ci si resta male se un amico si è mostrato scostante con noi?

Confronto, patti e riconoscimento

Farci sembrare umani è utilissimo, lo assicuro. “Oggi sono un po’ pensieroso perché un amico mi ha risposto in tono scocciato, non lo fa di solito, chissà perché, ti capita mai?”. Certo che gli capita! Siamo noi a dover guidare ma se gli facciamo capire che ci succede di sentirci giù ma che poi cerchiamo una soluzione e che questa soluzione non è sempre dare la colpa all’altro ma immaginare cosa noi abbiamo potuto dire o fare che ha fatto scaturire una risposta secca, ad esempio, è un ottimo terreno di confronto su cui gettare le basi per una chiacchierata più ampia. E’ in questi momenti che i ragazzi allentano le difese perché non ci percepiscono come i poliziotti che controllano e giudicano ma adulti che provano delle emozioni, riflettono, ragionano e si interessano all’altro. Non è forse così che ci piacerebbe diventassero? I ragazzi si raccontano se si sentono riconosciuti, e posso assicurare che sono capaci di sorprenderci con le loro opinioni, punti di vista e ragionamenti. Ma sta a noi creare il contesto affinché questo avvenga. E quando sono riusciti ad aprirsi occorre anche una degna chiusura del discorso.

Come credete possa reagire il nostro caro adolescente se dopo una bella chiacchierata noi gli dicessimo qualcosa che non assomigli al solito “se mettessi tutto quell’entusiasmo nella scuola saremmo a cavallo” ma un “grazie per questi racconti, sono orgoglioso di te, per le tue idee. E’ bellissimo sentirti parlare con entusiasmo di quello che pensi”. Mi sembra una versione decisamente più stimolante del nostro solito velato sminuire. Qualcosa che quanto meno si possa prendere in considerazione come alternativa alle nostre solite reazioni.
“Dai adesso andiamo a fare le nostre cose, io devo lavare i piatti, tu sicuramente dovrai studiare. Sono qui se ti annoi un po’ e vuoi fare 10 minuti di pausa”.


Io ci sarei andata più volentieri a studiare con una premessa così. E sinceramente, avrei addirittura fatto una pausa con mamma o papà per farmi coccolare ancora un po’, prima dell’adultità tanto agognata, con una bella cioccolata tra una materia e l’altra. O era meglio il pungente, scocciato e (posso dirlo?) noiosissimo: “Dai che devi fare i compiti, non fartelo sempre ripetere, dai su che poi viene tardi, va a finire che non li fai, poi per forza ti viene l’ansia, io sono stanco, ho lavorato tutto il giorno, non posso starti dietro a quest’ora hai ancora storia e latino, poi fai tardi, ti ti svegli male, dormi a scuola e bla bla bla”.
Ci sono davvero milioni di modi diversi dai “nostri soliti” che possiamo imparare per comunicare con i ragazzi e abbassare lo stress di tutti. Insomma il segreto è un po’ questo: accoglienza, ascolto e poi guida e richiesta di compiti nuovi e vecchi da portare a termine. Il rispetto viene da sé man mano che percorriamo questa strada. Spariranno le liti? No. Sono necessarie. Ma verranno inseriti momenti di sana conversazione che rende forte il loro senso di autoefficacia, che diminuisce il loro sentirsi esseri orribili e non all’altezza e che promuove consapevolezza e responsabilità. Non è quello che vogliamo?
Un certo tipo di comunicazione è un’affascinante arma che spesso può salvarci… dai nostri figli!!!