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Benessere psicologico

La tristezza: dalla mancanza nasce il desiderio

Dott.ssa Silvia Gatti
Pedagogista

La tristezza è un’emozione primaria e innata che sperimentiamo sin da bambini. Il problema è che siamo notoriamente educati a nasconderla. L’idea è che si verrà maggiormente accettati se allegri, brillanti, operativi. La tristezza invece ci induce al ritiro. Ci rende apatici, solitari, poco socievoli. La sua caratteristica principale è proprio quella di farci stare con noi stessi.
Può sembrare paradossale ma questo è il suo effetto benefico. La tristezza non è un nemico da combattere perché ci rende meno simpatici agli occhi degli altri o meno performanti al lavoro. Quello che fa la tristezza fa è consentirci di fermarci e raccoglierci, elaborare eventi spiacevoli.
Ci toglie consapevolmente energia per affrontare nuove imprese.

Quello che sto dicendo è che la tristezza, così come tutte le emozioni che umanamente connotiamo come negative, è nostra alleata. Questa è la prospettiva che tutti dovremmo iniziare a fare nostra. Così facendo ci accorgeremo che la tristezza è in grado di regalarci ottime intuizioni. Se invece di scacciarla e/o ignorarla, bramando che ci abbandoni come per magia, la accogliamo dandole spazio e ascolto, allora entreremo in contatto con parti di noi che possono sorprenderci e renderci nuovamente attivi ed energici.
Se ben ci pensiamo, accogliere la tristezza significa aprire le porte al cambiamento. E’ infatti dalla mancanza di qualcosa che nasce il desiderio. E quando desideriamo ci attiviamo verso nuove strade possibili. Si mette in moto in noi qualcosa che ci consente di rinnovarci e di dare voce al nostro vero io che più di qualche volta è oscurato dalle credenze limitanti che ci costruiamo nel tempo.
Allora, se è vero che la tristezza ci fa percepire una mancanza e ci vuole allontanare, per difenderci, dall’oggetto che l’ha provocata, dobbiamo entrare nell’ottica che ospitarla quando viene a trovarci, senza giudicarla e/o utilizzarla per rimuginare, può trasformarsi in una vera e propria ricerca del piacere.

Può fare paura il vuoto che procura, l’apatia. E solitamente non ci piace sperimentarla perché ci spegne e blocca il nostro agire, e probabilmente non ci fa portare a termine i compiti giornalieri, sfociando alle volte nel senso di colpa. Ci giudichiamo allora poco produttivi, ci sentiamo sciocchi ad aver perso tanto tempo e poi vediamo di fronte a noi la mole di lavoro accumularsi e ci preoccupiamo di non farcela. Siamo in grado di etichettarci in tutti i modi possibili.
Se ti fermi non sei abbastanza, se non concludi velocemente un progetto sei incapace, se ti prendi troppo tempo sei pigro, se non sorridi sei una persona ingrata, se non hai voglia di fare qualcosa e di stare con gli altri sei noioso. Quante credenze limitanti dietro ad un semplice segnale che se ascoltato si può dissolvere promuovendo nuove energie vitali e pratiche? Vero?

La prospettiva utile e trasformativa a cui occorre prestare attenzione è proprio quella di lasciare che la tristezza, quando arriva, ci abiti così com’è. Se continuiamo invece a fare finta finta che non esista, si tramuterà in una condizione maggiormente pressante. Perché è così che succede quando non ascoltiamo: ci viene urlato più forte. Ecco che il rischio che molti temono si affaccia: quello che diventi una condizione persistente e che ci conduca ad una condizione depressiva.
Se invece impariamo a familiarizzare con questa emozione, ne riconosciamo il carattere transitorio e di alleanza, allora trarremo il giusto beneficio che ci vuole offrire.
Non dobbiamo farci mille domande attivando il nostro scomodo dialogo interiore.

E’ più semplice di quel che si possa immaginare: chiedere direttamente a lei. Cosa mi vuoi dire? Mi vieni a trovare per portarmi quale messaggio?
Darle il permesso di esistere smuove energia potenziante che va nella direzione del soddisfacimento dei nostri desideri reali. E dai desideri rinasce la passione. Di fare, di produrre, di essere.