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Benessere psicologico

Come venirne fuori quando non ce la fai più

Dott.ssa Silvia Gatti
Pedagogista

Riflettevo in queste settimane di assenza. E’ un po’ che mi interrogo sul cosa scrivere.
So che devo aprire uno spazio per le mamma e i papà ed i loro figli adolescenti, perché in questo periodo in particolare, le dinamiche oppositive e ribelli si sono inasprite con la clausura e l’impossibilità di socializzare a scuola o fuori. Molti genitori vivono nella preoccupazione costante, nel non sapere cosa inventarsi ancora per farsi ascoltare e per aiutare i propri figli a sorridere nuovamente e ad essere attivi.

La pandemia grava come un acceleratore su qualunque bagaglio di problemi le persone portassero con sé, ancor prima che tutto questo esplodesse inesorabile.
E’ che per i più fortunati – coloro che hanno una vita piuttosto equilibrata – la pandemia funge da unico problema che limita, spaventa, preoccupa. E non sto dicendo che vadano trascurati gli effetti emotivi e psicologici in questi casi. Ma è su tutti quelli, che in precedenza erano immersi da problematiche già gravi, che va posto lo sguardo più consapevole e accogliente, perché vivono la pandemia come qualcosa di molto minaccioso che aleggia sulle possibilità che credevano di aver intravisto prima che essa scoppiasse e ora sembrano essere completamente svanite. Come se tutto quello che sta accadendo da oramai quasi un anno, avesse risucchiato, bloccato la crescita, limitato l’espansione fino ad aver estirpato le radici, alimentate a fatica, nel terreno di ognuno di loro.

Sono consapevole di dover porre la mia attenzione sui bambini che stanno imparando a confrontarsi con qualcosa che toglie loro la libertà quando erano abituati ad avere e ottenere ogni cosa, e sulle difficoltà che mamme e papà hanno con i tira e molla quotidiani che si sono inaspriti e con il non riuscire a farsi ascoltare, con i pianti incontrollabili, con tutto ciò che generalmente viene chiamato capriccio.

Un altro dei miei desideri è quello di volermi concentrare sulle donne. Sulle mamme che hanno dimenticato di essere prima di tutto Donne. Sulle donne che hanno subito delusioni tali per cui per proteggersi hanno messo la loro femminilità in una scatola da tenere ben nascosta. E ancora su tutte quelle donne che per proteggersi si armano di chili in più per non essere viste, per essere al sicuro dentro al proprio involucro. Un involucro che però le tiene lontane dal loro vero e proprio essere perché eliminando quello che temono, eliminano anche il vero piacere di cui potrebbero godere.
E, data la mia formazione, e storia di vita, voglio parlare di e con, tutte quelle donne che hanno una malattia cronica e che non sanno più come uscirne. Sto parlando di malattie come la Fibromialgia e la Vulvodinia, che radono al suolo l’essenza più profonda dell’essere donna. Malattie che impediscono i più semplici compiti quotidiani e che non rendono possibile il soddisfacimento di alcun piacere, in particolare quello sessuale ma anche il più banale godersi lo stare sdraiati su un divano oziando, perché il dolore fisico è quasi sempre, l’unica costante che le accompagna, ovunque, vietando a molte di loro persino l’essere madri. In molti non comprendono, e sto parlando di medici, altri promettono un miglioramento auspicabile ma pochi di loro sono poi in grado di garantire davvero una qualità di vita accettabile a queste donne – e uomini, per quanto riguarda la Fibromialgia – che devono imparare a fare i conti con qualcosa di straziante, coercitivo, doloro e ingabbiante.

I progetti sono tanti e utile sarà il contributo di chi, nei commenti, vorrà raccontarmi quale tema possa essere più utile alla propria personale situazione, a rendere possibile risposte più mirate che fungano da spunto per iniziare a riemergere per venire fuori da ciò che possiamo lasciarci alle spalle.

E’ proprio quando gli ostacoli al benessere, inteso lato, si sovrappongono che si ha la sensazione di non riuscire ad uscirne. Come se si fosse rinchiusi in una prigione senza un minimo spiraglio. Una prigione diversa per ognuno di noi. Ma pur sempre un luogo invalicabile che ci impedisce di evolvere come desidereremmo fare.

E allora come si fa? A chi mi rivolgo?

Allo Psicoterapeuta? Ma cosa fa lo psicoterapeuta? Quale? Dove? Ma io mi vergono, sono cose delicate, non so se riesco a raccontarmi. E poi forse non serve nemmeno.
No. Un buon Psicoterapeuta funge da guida e da supporto in situazioni di ogni genere.
Al Pedagogista? Ma cosa fa il pedagogista? Non lavora forse solo con i bambini?
No, il Pedagogista non lavora affatto solo con i bambini. Lavora con le persona di ogni età e con il nucleo famigliare quando occorre. Anche quando prende in carico i bambini, affianca un percorso parallelo ma complementare dedicato ai genitori. Perché sono i genitori ad aver bisogno di ascolto e di imparare strategie nuove per potersi approcciare poi autonomamente al proprio figlio con la giusta serenità. Lavora con gli adolescenti, con le donne, gli uomini, con chi ha bisogno di ritrovare o trovare per la prima volta la via da percorrere concretamente. Lavora con tutti coloro che sentono di non avere sufficienti strategie per districare problemi di carattere quotidiano, sia che essi siano comunicativi, affettivi o pratico-organizzativi. E ancora, con persone che hanno bisogno di essere motivate – e che vogliano apprendere ad auto-motivarsi – e a sviluppare, dare forma e raggiungere obiettivi scolastici, lavorativi e personali, nel concreto della propria storia di vita.

Ecco che però ci sono tante correnti di pensiero e per chi non è un addetto ai lavori può risultare arduo e demotivante non sapere quale strada intraprendere.
In questo periodo di pandemia stiamo assistendo ad un bombardamento di correnti del benessere che ci vengono proposte in ogni modalità pensabile.
Ma a noi quale occorre? Mindfullnes? Focusing? Coaching? Quale coaching? Fast Reset? EMDR? Meditazione? Yoga consapevole? Ho oponopono? Innalzamento della nostra frequenza attraverso tecniche più spirituali? Legge dell’attrazione? Potrei elencarne mille.

Cosa voglio dire con questo articolo?

Voglio dire che quando sei negli abissi, per qualunque motivo, hai l’idea di essere impotente, solo, che nulla mai più potrà portarti fuori da quella condizione stremante e annichilente che stai sperimentando. Invece fuori ci sono tante cose che non sai, che non conosci. E vale la pena di farci un pensiero. Se stai pensando che non hai tempo, posso chiederti di dimezzare quello utilizzato a scorrere noiosamente e distrattamente le immagini dei social che ormai ci fagocitano (anche per me è lo stesso). Quando focalizzo l’attenzione su me stessa mi rendo conto che senza accorgermi, quando sono più stanca e annoiata, prendo in mano il telefono e scorro le immagini. Il più delle volte senza nemmeno guardarle veramente. Poco mi resta però dalla mia poco cosciente attività, tranne la noia. Allora quando mi rendo consapevole utilizzo quel tempo, seppur breve, per curiosare. Curiosare davvero però. E cercare qualcosa di nuovo che possa aprirmi al possibile: link di articoli interessanti, titoli di libri da leggere, webinar.

Allora? Come facciamo a uscirne?

Sicuramente affidarsi ad un buon professionista è la scelta migliore. Il fai da te inconsapevole non è sempre una buona soluzione.
Bisogna solo comprendere che tipo di terapia fa il terapeuta che sembra fare al caso nostro, con quali strumenti opera, se può rispondere ai nostri bisogni. Un buon medico di famiglia informato sulle opzioni, può tornarci utile ma approfondire di nostro polso le linee guida è un importante punto di partenza.
Poi non ci resta che fare un tentativo. Entro due o tre colloqui diventa chiaro se la persona che abbiamo scelto può aiutare noi, proprio noi.
Nessuno però ci può impedire di integrare un certo tipo di percorso, o iniziare a curiosare i vari aiuti da cui possiamo attingere, leggendo, ascoltando, curiosando nel web. Possiamo iniziare da tutto ciò che sentiamo nominare ma non conosciamo. Generalmente poi si crea una rete per cui diventa facile individuare quale disciplina vogliamo approfondire.

Molti anni fa ero la persona più scettica al mondo. “Va bene, non voglio esagerare, non la più scettica, ma gareggiavo certamente tra posti di tutto rispetto”.
Poi una cara persona, che avevo scelto come guida dopo alcune ricerche, e che avevo capito potesse indicarmi la via, mi disse: “Ma tu non devi leggere per capire. Tu devi fare. Devi leggere come leggono i bambini: senza preconcetti, solo con curiosità. E poi sperimentati. Come fanno loro. I bambini non si chiedono cosa funziona o cosa no: giocano. Se gli piace lo ripetono, se si sono annoiati cercano altro. Cosa ci perdi? Se davvero non fa per te, lo stesso sperimentare confermerà. Se invece in quell’approccio trovi qualcosa di nuovo e di utile, allora tu migliorerai in qualcosa. Non avrai magari risolto quel problema al 100% ma avrai aggiunto una qualità a te stessa: la flessibilità.
Ed il segreto per destreggiarsi in tutto ciò che ti accade, anche di molto brutto, è la flessibilità. Se tu sei in grado di assorbire il colpo e mutare al mutare delle cose senza mandare il tuo sistema in tilt, è fatta: avrai creato nuove energie.


E’ da allora che lo faccio: da quel momento ho ampliato le mie conoscenze accostandomi addirittura ad approcci che pensavo essere all’opposto di quello che io considero terapeutici. E, a grande sorpresa, ho scoperto che parte di quegli approcci hanno determinato alcune delle mie svolte più significative e offerto elementi utilissimi alla mia cassetta degli attrezzi.
Come lo so? Ho messo in pratica quello che mi veniva suggerito.
Come fosse un nuovo gioco in scatola da fare con gli amici, tra una chiacchiera e un bicchier di vino e tante risate.
Senza obiettivo se non quello di fare quello che sto facendo.

Allora, che si tratti di cercare professionisti o informazioni sulle tecniche che possono esserci di aiuto, mettiamoci sempre in ascolto, documentiamoci, sperimentiamo e valutiamo.
Siamo in grado di farlo e se non capiamo, chiediamo a chi pensiamo possa indicarci la strada.
Ci accorgiamo immediatamente di quello che ci fa stare meglio. E’ immediato. Proseguiamo.

E poi, cosa ci resta?

In quei momenti di panico totale, disperazione e di sensazione di non poterne venire fuori, non ci resta che ascoltarci. Non intendo dire che dobbiamo ascoltare la nostra vocina interiore. Il più delle volte ci direbbe che non siamo in grado.
Parlo di ascoltare cosa ci dice il nostro corpo. E questo significa dargli visibilità prendendoci pochi minuti per osservare e ascoltare cosa accade al suo interno.
Dove sono le emozioni? Che colore hanno? Che forma hanno? Che messaggio hanno per noi? Cosa le parti di noi che si manifestano nel corpo vogliono dirci?
Talvolta è sufficiente osservare e sentire nella presenza cosa succede al nostro corpo. I nostri piedi come sono? Sono caldi, freddi? Hanno una forza che spinge o sono trattenuti? I nostri polpacci come sono? Il torace? Il nostro respiro? Si tratta di un ascolto presente e consapevole.


Metterci a fare qualcosa che è opposto al nostro modo di essere, non ancora conosciuto, alle nostre abitudini, è già una grande terapia: vestire i panni di qualcun altro, di tanto in tanto, crea nuove energie, nuove idee, nuove possibilità. Ci sono sempre nuove possibilità.
Tutto sta nel far riemergere il nostro potenziale nascosto attraverso tutto ciò che – sperimentandolo – abbiamo capito essere utile a noi.
Anche quando il buio sembra sommergerci totalmente, ci sono pezzi, parti di noi, che sanno dove andare a cercare nuovi spunti.
Chiediamo a loro e fidiamoci. Chiediamo aiuto e aiutiamoci.